sabato 7 gennaio 2012

L'uomo che camminava sulla merda


Camminare sull'acqua è difficile. Lo si sa. E' un dato acquisito.
Pare sia riusciuto solo a Gesù. Poi ci sono i prestigiatori che lo fanno. Ma anche quello si sa. Sono tutti truffatori.
Ti fanno credere di vedere una cosa, ma tu ne vedi un'altra. Quello che vogliono loro. Schifosi imbroglioni.
Quest'uomo ha tutt'altra specialità. Cammina sul mare di escrementi.
Non si sa quando abbia iniziato a farlo, se ci sia nato con questo Dono o lo abbia acquisito con anni e anni di esperienza.
Ma quello che è certo è che ci cammina.
E il mare è così profondo che ci potrebbe navigare il fantasma della Exxon Valdez.
Senza nemmeno correre il rischio di trovare stupidi animali pieni di petrolio.
No, non come pensate voi, che al massimo ne avrete pestata qualcuna che si sarà incollata sulla suola delle vostre belle scarpe sportive nuove.
E non usa nemmeno goffi stivaloni da pescatore, mute da palombaro, o vari corollari.
No e ancora no.
Lui ci cammina con delle elegantissime scarpe di cuio fatte a mano.
E no e ancora no ancora una volta.
Non le sporca.
Per nulla.
Le sue scarpe sono più linde di quando l'artigiano gliele consegnò.
Ci danza su quel mare, dovreste vederlo.
Anzi, meglio di no, vi verrebbe voglia di imitarlo.
Don't try this at home.
Vi ritrovereste letteralmente sommersi, la merda è come le sabbie mobili, ma in più ha un pessimo odore, che non se ne va più una volta impregati i vostri abitucci da due soldi che aspirano a.
Vi ritrovereste ad aspirare la.
Vi ritrovereste ad espirare nella.
No no.
Lasciatelo fare a chi lo sa fare.
Lui è il più bravo, l'unico.
Un passo qua e uno la.
Ogni passo è nella direzione che si è prefisso, nessuna deviazione, nessuna concezione all'estetica.
Lì conta una cosa.
L'estetica dell'obiettivo da raggiungere.
L'estetica del punto B che sempre segue il punto A.
I punti intermedi li lascia per gli intermediari.
Forse conosce com'è starci dentro, così bene che il terrore a tornarci, gli fa vincere la forza di attrazione terrestre.
O merdestre.
La paura di rifinirci dentro, anche solo un po'.

Forse non ci è mai stato, non sa che è merda, non ha un buon olfatto, non se ne è mai accorto.
Non ha mai guardato in basso.
Capita.
Magari per lui quel mare è semplicemente un tappeto rosso.
O maròn.

Il suo red carpet per camminare sopra le vostre, le nostre teste.

Giorno dopo giorno.

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giovedì 3 dicembre 2009

Il raggio sparacazzate


Sarebbe molto bello inventare una pistola in grado di irradiare un raggio sparacazzate.
Essa permetterebbe, con un fascio di luminosità invisibile di far dire al bersaglio una cazzata immane non appena aprisse bocca.
La pistola dal raggio sparacazzate sarebbe ancora più efficiente qualora costringesse la vittima ad attirare l'attenzione prima di pronunciarla.
Immaginate una noiosa riunione di lavoro.
Basterebbe puntare l'arma sul vostro collega più a tiro e premere il grilletto.
La meraviglia si avrebbe quando lui, in buona fede come sempre, si alzerebbe in piedi, chiederebbe un attimo di attenzione e si lascerebbe andare in sproloqui inenerrabili.
E con la stessa calma si risiedesse come nulla fosse, anzi, come può fare solo il ganzo sicuro di averla raccontata giusta.
Ma sopratutto pensate all'utilità che potrebbe avere come paraculo per ognuno di noi.
Basterebbe dire che quella cosa non l'abbiamo mai pensata e che qualcuno nei dintorni ci ha puntato il raggio contro.
Magari prendendosela con i clandestini che quelli lì non si sa mai.

Per noi comuni mortali sarebbe una manna dal cielo.

Per cui, personalmente, spero molto in progresso della Scienza in tal senso.

Rileggendo questo post mi sono accorto che i congiuntivi traballano alquanto.
Ma sono sicuro che nel palazzo di fronte ci sono delle famiglie che non so se sono proprio italiane.
E ci giurerei che un raggio di luminosità pressochè invisibile è balenato nel buio di questa stanza.
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mercoledì 23 settembre 2009

Le mie parole del T9


.@
:)
..@
a!
broda
burdella
E'
e!
fotte
eurini
i,
gagno
Ikea
ipod
I.
Minchia
sbatta
scior
sciorda
Saluzzo
Soros
pringles
O.
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martedì 25 agosto 2009

Generazione paperissima


Ho appena visto un esilarante filmato linkato dal mio amico numero 36 (Roberto L.) su Facebook.
Il filmato è molto bello.
Si chiama Beer credo.
Come birra in italiano.
C'è una musichetta divertente allegra e spensierata che ripete sempre "BIR-BIR-BIR".
La melodia è da sagra paesana nel senso più amichevole del termine.
Spensierata e ridanciana.
Sullo schermo si susseguono un sacco di capocciate, scivoloni, capovolte e cose così.
La musica e il comportamento delle persone riprese fanno capire che occorre stare attenti a quanto si beve.
Che secondo me è una cosa giusta, usare il Social Network per sensibilizzare che di solito è a rischio cazzate.

Però credo che insegni anche una cosa altrettanto importante.
Tenete sempre con voi un cellulare munito di videocamera.
Potrebbe sempre capitare di trovarsi difronte a queste scene e tenerle solo per se sarebbe imperdonabile.
Sempre che non arrivi qualche scocciatore che impedisca all'ubriacone di finire a terra, magari soccorrendolo.
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lunedì 16 marzo 2009

The Wrestler



Quando arriva il momento di fermarsi?
Quando la sconfitta ci deve far capire che è meglio farsi da parte, gettare la spugna, smetterla di prendere schiaffi duri in faccia dalla vita?
Quando la perservanza diventa troppo, troppo ugale all'idiozia?

The Wrestler è questo.
E' la storia di un uomo che è stato sconfitto.
Archiviato dalla storia.
Umiliato quel tanto che basta per farti capire che le uniche promesse che la vita manterrà saranno piccole e grandi vendette.

Ma andiamo con ordine.
Il film si apre con lo scorrere di titoli di giornali che ci informano che sul finire degli anni 80 Randy "The Ram" Robinson è il più figo wrestler della terra.
Che l'America lo ama e lui ricambia.
Che gli anni dell'edonismo lo incoronano Re.
Appena però il film inizia vediamo com'è Randy adesso.
Imbolsito, impacciato, goffo.
Inadatto al tempo che è cambiato.
Però sempre sul ring.
Che adesso è uno scalcagnato palazzetto dello sport di provincia, certo.
Però è lì. Sempre a combattere.
A espiare con il suo corpo i peccati del mondo.
Sempre a prendere schiaffi duri in faccia.
E a darne, come un pesce che sul bagnasciuga si dimena ancora.
Un altro colpo di reni per tornare in mare.
O per lo meno per averci provato.

Il film è in meraviglioso equilibrio tra la nostalgia per gli anni che furono e quello che adesso è.
Bellissima la battuta "Cazzo, i Guns’n’Roses, i Crue, quelli erano dei gruppi!” “Sì, e anche i Def Leppard” “Poi è arrivato quel frocio di Kurt Cobain e ha rovinato tutto".
Il sogno si è (inter)rotto con i novanta pieni di dubbi, senza certezze, senza quella che in maniera semplice e sincera definisce "la voglia di divertirsi".

Il film è curatissimo.
In bilico tra la tragedia e la farsa.
Rourke è bravissimo, difficile capire dove finisce l'interpretazione e inizia il racconto della propria vita.
Tutti gli attori sono molto convincenti, anche se chiaramente lui svetta, e tutto il film, è, in un certo modo al suo servizio o a quello di "The Ram" ma poco cambia.
La fotografia è scarna, le immagini sono sgranate, le location volutamente povere.
Tutto rende il film una specie di documentario sul sogno a stellestrisce che è finito.
Sul risveglio da un sogno che si è protratto ben oltre il tempo consentito.

Ma la forza della pellicola è nel non voler dire nient'altro se non raccontare una storia.
Che, secondo me, è quello che rende speciali le grandi pellicole.
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martedì 3 marzo 2009

Giulia non esce la sera


Non amo il cinema italiano.
Alberto Sordi apparte.
O comunque apparte i film in bianco e nero (per Albertone OK anche il colore).
Quando Sordi è morto stavo guidando verso casa.
Era un giorno di ferie non ricordo perchè e non riuscirei a collocarlo nel tempo, Wikipedia potrebbe darmi una data certa, ma suvvia, siamo uomini.
Le date le lasciamo alle fighette.
Comunque ero in macchina, stavo ascoltando Radio24 e ho sentito la notizia.
Ho pianto per davvero, anche se dovevo aspettarmelo, era vecchiarello, la sua ora e tutto il resto.
Però quel giorno (che non saprei collocare nel tempo) per me è stato il giorno in cui il cinema italiano è diventato al massimo da divudì.

Comunque non è di un pezzo di Cinema che sto per scrivere ma di un film visto al cinema di lunedì.

Giulia non esce la sera.
Iniziamo dalla storia.
Giulia insegna nuoto in una piscina.
Lei è Valeria Golino. Bellissima, bravissima, dolcissima e intensissima.
Valeria per me è un buon motivo per andare a vedere un film tricolorico (o in questo caso triclorico) al cinema.
Dicevo.
Lei insegna nuoto in questa piscina e un giorno incontra l'uomo che segnerà la sua vita.
Guido interpretato dal bravo Valerio Mastrandrea, uno scrittore che legge poco, scrive così così, un marito svogliato di una moglie svogliata, e padre assente di una figlia placidamente irrequieta.
Un uomo che difficilmente si riesce ad abbandonare a forti passioni, che cerca di stare a galla.
Come lui stesso dice, non sa nuotare, ma riesce a stare comunque a galla perchè si aggrappa. E a fondo non ci va.
Giulia invece a fondo c'è stata e quello che sta disperatamente cercando di fare è tornare a galla.
Infatti sta scontando una pena carceraria e gode del regime di semi-libertà.
Di giorno lavora in quella piscina e la sera deve tornare in carcere.

Piccioni è stato bravo a dirigere il tutto.
Trovare una costante tensione che aumenta gradualmente con il passare dei minuti.
I personaggi aiutano; riescono a stupire, non si muovono in schemi semplicistici e dimostrano di avere una propria realistica personalità.
La fotografia mi è piaciuta molto, sin dalle prime sequenze e alcune scelte riescono a donare brio a scene poco più che ordinarie.
La musica dei Baustelle riesce ad essere sempre presente e con una propria personalità senza mai eccedere nel melenso. Malinconica e decisamente al servizio delle immagini non cerca la scena ma l'accompagna.


Film come questo mi fanno pensare che anche se Alberto Sordi è morto un salto al cinema per un prodotto nostrano lo si può fare.

Almeno il lunedì che costa meno.
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giovedì 8 gennaio 2009

Come Dio Comanda

Partiamo dalla fine.
O dalla metà.
Il libro mi è piaciuto molto, però non vale.
Perchè togliendo "Branchie" che proprio non l'ho digerito (e ne ho anche lasciato un po' nel piatto) tutto quello che Ammaniti ha prodotto mi è piaciuto assai sempre.
Comunque.
Di che parla sto libro?
Di Cristiano, un ragazzino tredicenne che ha la (s)fortuna di essere figlio di Rino.
Rino, un nazistello quarantenne, infallibile nel suo metodico fallimento, alcolizzato e con, come compari, due personaggi ancora più emarginati.
Un looser di prima categoria, che costringe il figlio a vivere in una casa mai completata, sudicia, senza riscaldamento e bla bla bla.
Che insegna al figlio a picchiare, a sparare, a farsi rispettare.
Insegna a odiare, che se non odi, se non hai la rabbia, gli altri ti menano.

Che però, alla fine, Rino, se non lo ami, almeno un po' lo rispetti.
Anche se pensi che i nazisti siano la cosa peggiore dell'umanità (specie se dell'Illinois).
Anche se vorresti chiamare il telefono azzurro per dire che a pagina centotrè quello stronzo ha fatto quello e quell'altro.
Perchè anche tu qualche volta hai pensato, che la libertà è stata inventata dai ricchi per metterla al culo ai poveri.
Perchè forse alla fine scopri umanità e amore anche in quel corpo sbronzo e puzzolente che riversa sul pavimento pieno di mozziconi.
E non vado oltre perchè sennò ti rovino la trama.

Amo il modo in cui Ammaniti descrive i personaggi.
Tutti.
Come fosse il Burattinaio.
Quello che da una manciata di lettere dona una nome.
Un cognome.
Un aspetto, una somiglianza, una storia. Un'origine.
E dopo, solo dopo aver descritto questo, l'azione.

E l'azione, magari si intreccia con altre azioni.
Magari un pò più in la.
Però nel frattempo il personaggio è lì.
Tridimensionale.
Con la sua mente sul rivestimento dei muri per togliere l'umidità dalla villetta.
Nella sua mercedes esseellecappa mentre sbuffa nuvole di fumo fuori dal finestrino.
In coda.
Con la fidanzata piena di scazzo sul sedile accanto.

Il libro è costellato da personaggi all'apparenza marginali ma che servono a dare profondità al racconto.
Di nomi e cognomi.
Di paeselli e vie.
Di dettagli.
Di gesti inutili.
Apparentemente inutili.

La storia è comunque potente, asciutta, cruda.
Non ho provato momenti di stanca nella lettura, ne di stagnazione.
Tutto è scivolato in fretta fino all'epilogo.
Dove, finalmente, ho potuto tornare a respirare.

Come dicono quelli bravi.
Consigliatissimo.
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